(so configurare un telefono e non so riconoscere una bietola)
Quando è arrivato internet ci hanno detto che avremmo risparmiato tempo ed era entusiasmante tanto che ci abbiamo creduto un po’ tutti. Il tempo sarebbe servito a stare di più con le persone, a curare la nostra qualità della vita, coltivare hobby come l’orto, imparare a suonare uno strumento, leggere o cucinare senza fretta. Il tempo risparmiato in effetti è arrivato ma lo abbiamo speso a imparare internet, poi i social, poi gli smartphone, poi le app, adesso l’intelligenza artificiale, con un aggiornamento ogni pochi mesi che ci costringe a ricominciare daccapo. Alla fine siamo in servizio illimitato permanente come manutentori di strumenti che dovevano servire a noi.
Quasi tutti sanno dirti come si configura un telefono o come chiedere a un’AI come risolverci un problema e questo è meraviglioso e funzionale, ci porta ad accrescere la nostra conoscenza anche se con l’aiuto di un intermediario digitale. Ma cosa sappiamo di cose letteralmente terra terra come riconoscere una bietola selvatica, riprodurre un limone o aggiustare uno steccato?
Molto poco, purtroppo, nella evoluzione dall’essere cervello, gambe e braccia all’essere solo cervello, quando c’è.
Un sapere pratico si trasmette purtroppo solo camminando in un prato accanto a qualcuno che ti indica l’erba, la strappa, la annusa e te la fa assaggiare o con qualcuno che ti spiega come aggiustare uno steccato senza bisogno di tutorial su YouTube e anzi svelandoti cose che è impossibile capire da un video. E quando purtroppo quel qualcuno se ne va, e di solito è una persona anziana, il sapere se ne va con lui per sempre, perché nessuno lo ha mai messo in un manuale e nessun archivio anche se completo lo conserva nella sua impossibile codifica.

Siamo una generazione che ha deciso che ci sia altro da fare interrompendo una catena durata secoli anche se ci piace diventi argomento da post social, senza sporcarci le mani e senza calli.
Con il benessere va allo stesso modo. Abbiamo orologi che misurano il sonno e applicazioni che contano passi e calorie, e intanto la domanda su come vivere per stare bene resta senza risposta per molti, benché la risposta la conosciamo da sempre: cibo vero e di stagione, camminare ogni giorno, dormire abbastanza, vedere e socializzare con altre persone. Siccome costa economicamente poco ma si fatica e quindi si vende male allora si vendono protocolli e integratori. In Sardegna la longevità la raccontiamo ovunque e rischiamo di farne un prodotto (lo è già, anche in maniera ormai imbarazzante), mentre le abitudini di chi vive a lungo sono in gran parte ordinarie, gratuite, richiedono impegno e fatica e non sono sostituibili con surrogati artificiali o demandabili a terzi.
Stiamo perdendo la sapienza di intere generazioni per l’idea che basti digitalizzare una pratica per possederne l’intima conoscenza.
Vivo in campagna da 25 anni e ogni giorno è scoperta e fatica, ogni momento è diverso, ogni stagione ti mette alla prova. La curiosità per quelle erbe che crescono e che vorresti sapere se sono commestibili, gli inevitabili errori nel piantare in posti sbagliati, nel vanificare la fatica per il maltempo o la siccità sono compensati dal senso che si prova ad essere abitanti di questo pianeta, non turisti.

Abbiamo smesso di dare importanza al fare per senso e non per monetizzare dimenticandoci che quel sapere di una pratica di coltivazione, di una ricetta, di un cestino intrecciato o una riparazione sono frutto del sapere sedimentato da generazione a generazione, sempre diverso ma ancorato alla storia precedente, fino a quando non lo interrompiamo.

E non basta diventare neorurali, quelli che si trasferiscono in campagna e prendono la parte comoda, cioè la vista, il silenzio e il camino acceso, la terra la affidano a un vicino o a un contoterzista, il prato (all’inglese, a consumare acqua inutilmente) lo tosa un robot, e loro continuano a lavorare davanti al solito schermo con la differenza che ora dietro lo schermo ci sono le colline per lo storytelling. Una moda si riconosce così, si compra il segno e si lascia il contenuto e chi la terra se la zappa impara quando il suolo è pronto e quale pianta sta soffrendo, mentre chi si limita a risiederci ottiene solo un geotag per le stories.
Quindici anni fa ho piantato un corbezzolo che era alto trenta centimetri, adesso supera i sei metri e in questo caldo fine ottobre è stracarico di bacche e pronto per la nuova fioritura. Piantare, curare, avere pazienza e goderne: così nella natura, così anche con le persone.

Nessuna app e nessun robot lo ha fatto crescere più in fretta, e questo ne fa un buon maestro in un’epoca che misura tutto in secondi di attesa, dove la pazienza è un lusso e un fastidio.
insopportabile@insopportabile
Tutto è precipitato quando la fortuna di possedere un terreno è passata da ciò che ci potevi coltivare e allevare a ciò che ci potevi costruire.
11:47 AM · Oct 27, 2023 · 1,77K Visualizzazioni
4 Risposte · 5 Repost · 18 Mi piace
Avere un terreno una volta era una fortuna per quello che ci si poteva coltivare e allevare, oggi lo è purtroppo più per quello che ci si può costruire, e intanto la frutta cade e resta lì, le erbe spontanee e i prodotti della natura marciscono, e quella stessa persona va al supermercato a comprare in vaschetta arrivata da chissà dove e coltivata chissà come quello che ha lasciato morire a due passi da casa, anche se non lo ha coltivato lui.
Non voglio mica dire che tutti dobbiamo ritornare nei campi perché non tutto è agricoltura, anzi.
Stiamo perdendo ciò che abbiamo costruito in una evoluzione umana per risparmiare tempo in un allevamento di attenzione tecnologica che forse non ha molto senso.
E ritornare a capire come funzionano le cose nella pratica, usare il corpo, farsi insegnare i mestieri da chi ha questa sapienza, che sia anche una ricetta perduta, come intrecciare un cestino, come piantare i pomodori, come raccogliere un’erba selvatica o riparare un rubinetto.

Prima che sia troppo tardi e non ci resti che chiederlo a una macchina senza cuore leggendo una storia ormai perduta.
